È il senso del ricordo quello che alla fine ci trascina in avanti. Non il ricordo stesso, ma la sensazione che certe cose siano trascorse via, andate, svanendo dolcemente. E allora la fumosa immagine diventa uno "ieri" che puoi accarezzare come fosse una parte di te, una parte della tua persona, anche se poi include amici andati via, o luoghi che forse non rivedrai mai. Ma ciò che mai dissiperà quella nebbia è l'eventuale ritorno, è il ricercare per rivivere, che snatura e ribadisce senza farci capire e lasciandoci attoniti davanti ad un "presente" che non può in nessun caso essere come un "passato". E oscilliamo allora tra le più belle immagini delle memorie e la scoperta d'un continente sempre nuovo del quale andare alla ricerca. Un continente sempre diverso da quello già scoperto ieri. Per fortuna.
Resina di un certo livello...
martedì 9 ottobre 2012
giovedì 4 ottobre 2012
Siamo noi
Siamo noi, inutile non dirlo.
Noi siamo quelli che guardano, neanche fossero guardoni , neanche gli piacesse per davvero.
Noi siamo quelli che pure a trent'anni vengono chiamati ragazzi, da uomini che a trent'anni erano chiamati uomini con famiglia al seguito..
Noi siamo quelli che studiano perché senza lo studio resti ignorante, ma che lo studio al giorno d'oggi non è quello più quello di una volta, che comunque era poco e nulla.
Noi siamo quelli che pur non mangiando, non potendo lavorare, non divertendosi e non possedendo assolutamente nulla si devono sentir dire che non vogliono fare sacrifici.
Siamo noi quelli che se davvero vuoi lavorare il lavoro c'è, non viene retribuito ma c'è e vedi di non lamentarti.. Perché se poi ti lamenti... Lo vedi che non vuoi fare sacrifici!?
Noi siamo quelli che si possono dimenticare il miglioramento sociale perché tutta la società alta è già stata presa, Arrivederci e grazie. I brizzolati salutano.
Siamo noi quei poveri sfigati che in realtà non esistono e che probabilmente non esisteranno, se non con qualche genere di rivoluzione culturale.
Noi siamo questi, che fanno del tempo che passa la loro costante di vita, pur avendo i numeri.
Pur avendo la voglia.
lunedì 24 settembre 2012
The hardest part - Quando la mia realtà non è la tua
Se c'è un tavolo, se i pavimenti sono bianchi, le mura sono bianche e addirittura i vestiti delle persone davanti a te sono bianchi, potresti accorgerti di colpo di come, di tutta la tua vita, quello è il momento più duro. Potresti accorgerti che gli appigli che hai sempre creduto di avere ora sono scomparsi, persino quelli più ovvi. Ora, nel tuo stato di più grande confusione potresti capire d'improvviso che anche solo il ragionamento poteva essere uno stato di beneficio, un privilegio rispetto ad altri, altri di cui ora fai parte.
"And the hardest part
Was letting go, no taking part
Was the hardest part"
I momenti duri della vita, si affrontano nella tua integrità, secondo le tue possibilità e con il tuo intelletto. Ma quando la tua persona cade a pezzi? Quando l'individuo che sei cade a pezzi nella sua più intima essenza? Quando perdi le capacità di prestare attenzione, formulare frasi corrette, riconoscere degli oggetti, semplici oggetti, ricordare parole o brevi istruzioni? Quando tutto questo entra nella tua vita e si contrappone angosciosamente con l'attiva e reattiva persona che eri?
"Everything I know is wrong
Everything I do, it's just comes undone
And everything is torn apart"
Probabilmente quando prendi coscienza di tutte queste tue mancanze, allora prendi coscienza di quello che vedo anche io, ovvero che la tua realtà non combacia più con la mia. Che si è allontanata dalla mia e da tutte le altre realtà al mondo. A quel punto, forse, la solitudine e la disperazione sono i sentimenti che più ti pervadono...
"I wonder what it's all about"
giovedì 6 settembre 2012
Io surfo da solo
E va bene. E' terminata l'estate, ho lasciato il sole lì dove m'ha fatto compagnia per parecchi giorni e son tornato, ritrovando clima e gente opposta. Va bene, la cosa va accettata. Ma come torno in città, come torno a lavorare e, diciamolo, a pensare, torno anche a scrivere prima che qualcuno mi rimbrotti, come già è successo. Internet non è la nostra vita e lo si capisce soprattutto quando te ne allontani, soprattutto quando gli sfuggi, gli scappi dalle mani; ma va ammesso che oramai internet è una nostra parte complementare. Molti lo usano per appagare il loro lato "sociale", per dare libera espressione alla loro necessità di formulare nuove conoscenze e di condividere ogni singolo istante di vita, ogni singolo respiro, con la propria cerchia di amicizie. Questo non fa per me. Non è che non trovi interessante sapere o far sapere di vacanze, uscite serali, pomeridiane o mattutine, oppure veder crescere a dismisura un tanto astratto quanto assurdo contatore di amicizie, è piuttosto che l'interesse che queste cose suscitano in me decade dopo appena un paio di secondi. Tutto qua. Posso trovare interessanti (come no, a discrezione) i tuoi pensieri e il tuo senso critico, ma non per questo ti reputerò "amico", e se vogliamo neppure "conoscente". Ecco diciamo che il sottoscritto fa parte dell'altra metà del popolo internauta, quello che viveva da dio alla fine degli anni '90 e i primi anni '00, quello che se internet fosse stato largamente diffuso negli anni '80, lo avrebbe usato all'incirca nella stessa maniera. Io vivo surfando da solo, andandomi a cercare le mie belle onde, per arricchirmene senza troppa pubblicità, senza troppo fracasso. Sono uno di quelli che surfano provando disagio vedendo sulla riva tutta la propria famiglia, i propri amici e conoscenti. Poi magari ve lo racconto in un pub, ma non statevene tutti lì in piedi a commentare, dai... E' questa la differenza che s'è creata negli ultimi anni e che digerisco poco: puoi pubblicare e diffondere foto e qualunque dettaglio della tua vita reale su internet sottraendole la giusta attenzione e concentrazione nel momento stesso in cui pensi di voler diffondere qualcosa, oppure puoi dedicarti esclusivamente alle cose reali, lasciando che la rete abbia un ruolo secondario.
Va bene internauti...io vado a surfare.
martedì 19 giugno 2012
21th century schizoid man
Poche storie. Siamo scissi. Stiamo andando incontro ad una divisione mentale che prende forma non dalla nostra stessa psiche, ma dalla nostra stessa società. Siamo portati, ormai culturalmente, a dividere il mondo del lavoro dal mondo del privato, ma noi facciamo di peggio: noi ci spingiamo fino a dividere, in modo netto, i singoli istanti della giornata, i nostri stessi comportamenti, ottenendo atteggiamenti fluttuanti che poca concordanza hanno tra loro. Ci muoviamo quindi tra gli spazi come pazzi, come uno "schizoid man", che prima prende spunto dalla sponda della gentilezza, per poi sbattere sul versante opposto in metamorfosi grottesche e spietate giustificate dal più sguagliato ragionamento, che poco porta a ragione. Ma la cosa grave non si risolve solo nella poca classe che ci domina, nel continuo cambiamento frutto della più aspra indecisione, probabilmente la cosa più grave è la completa mancanza di coerenza che governa il nostro comportamento e la nostra personalità. Siamo bimbi tristi che cercano compagnia palpando schermi lisci e luminosi, senza uno scopo razionalizzato per cercare la felicità se non quello di dormire o far proprio l'ozio; siamo piccoli atleti mai divenuti campioni che fanno della metropolitana la propria palestra quotidiana. Ma sopratutto siamo uomini schizoidi che non sanno quel che vogliono per essere felici, ma che si muovono alternando comportamenti e atteggiamenti in ondate nevrotiche anzi, psicotiche.
mercoledì 30 maggio 2012
I giorni miei
Questi giorni qui sembrano quasi malvagi. Sembrano quei giorni unici, unici nel tempo del mondo, in cui il significato delle cose diviene pungente, articolato in ogni sua sfaccettatura, in ogni sua complessità. Ci si rende conto di che giorni sono guardando la fila di macchine a formare colonne, mentre fuori il cielo e il caldo gridano compagnia. Ci si rende conto del mio tempo ascoltando i discorsi, i litigi e i silenzi seminati in giro. Mi rendo conto che questi miei giorni altro non sono che il riflesso di quel che ricorderò da vecchio, il nostalgico sospiro di chi ha finito la strada da percorrere, e si riempie di qualcosa che non gli è mai appartenuto. E così faccio ora: rincorro con amore il ricordo dei decenni passati, mitizzando anni maledetti da altri, proprio come ora faccio io con i miei.
Questi miei giorni si distinguono per la più completa indifferenza, e per l'incapacità di tutti di comprendere e di far proprio questo nostro tempo. Questi giorni miei sono un po' così. Difficili.
giovedì 10 maggio 2012
C'è chi fa pentole...e chi si dedica ai coperchi
C'è un proverbio che recita così: "Il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi". Un po' criptico, in effetti, e di significati da attribuirgli ce ne sarebbero. E' popolare, ok, e l'interpretazione più di tanto sofisticata non potrà essere, ma questo non mi ha fermato dal pensare a come le pentole e i coperchi siano complementari e a come la sinergia dei due oggetti porti ad un prodotto migliore rispetto ad un altro eventuale, derivato dal loro utilizzo separato (migliore per velocità di preparazione, cottura...). Ora, dire che il diavolo produce pentole potrebbe simboleggiare che le sue azioni sono incomplete, sono drasticamente imperfette e quindi con un perenne margine di miglioramento. Ma, a meno che non si parli di lezioni di educazione domestica nei piani bassi della terra, dubito che quel diavolo possa davvero essere lui
il cattivo di turno
quindi sarebbe utile chiarire. Nella tradizione cristiana il diavolo rappresenta, tra le altre cose, la tentazione la quale se soddisfatta conduce al peccato, ma la tentazione per essere tale deve essere necessariamente legata al soddisfacimento di bisogni sopratutto corporali. Tornando al nostro proverbio dunque il diavolo potrebbe simboleggiare quella parte più bassa che l'uomo possiede, una parte istintuale e devota alla soddisfazione grezza e immediata. Ma se ipotizziamo davvero che in fondo quel diavolo lì non sia il diavolo della religione possiamo anche estendere il concetto non solo ai bisogni immediati e diretti, ma anche più semplicemente a quelli basilari (vedi la fame...eh si, quindi la pentola). In questa visione delle cose, allora, la fame e il bisogno ti porta ad un'immediata soluzione, e quindi all'uso immediato della pentola del proverbio. Ma il diavolo fa SOLO le pentole... Dunque se abbiamo una pentola il cui utilizzo è impreciso e/o lento, e dunque costantemente migliorabile, chi la migliora? Chi fa i coperchi? Non essendo un trattato di filosofia ma solo un proverbio potremmo adottare la soluzione del contrario, e allora: il contrario del bisogno e della necessità più bassa, non può che essere il pensiero, il ragionamento. Mentre la parte più bassa e primitiva del nostro essere pensa a costruire una pentola per l'immediata soddisfazione, la parte più elevata ed evoluta di noi ritorna sui suoi passi per migliorarsi, per porre quel qualcosa in più che avvicina l'oggetto alla perfezione.
Ma tra le pentole e il coperchio, mi sembra ovvio, c'è un legame indissolubile e sopratutto un processo intrinseco: non può nascere prima il coperchio della pentola, perché tutto possiede una propria evoluzione...
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